Cenni storici su Grana - terza parte

segue da Grana - seconda parte

“Grana sta sull’alto di feracissima collina, dalla sommità della quale l’occhio contempla un immenso tratto di pittoresco paese, che ritorna ad avere per graziosa e ammirabile cornice l’Alpe e l’Appennino”.

Così descriveva Grana nella prima metà del 1800 lo scrittore Giuseppe Niccolini (1788-1855) nella sua monografia dal titolo “A zonzo per il Monferrato”. Lo scrittore descriveva il paese come composto in due parti distinte: con “il novello fabbricatosi tutto all’intorno della vecchia muraglia di cinta; ed il vecchio, che sta entro la medesima cerchia. Quest’ultimo è in parte scomparso per far luogo alla maestosa chiesa parrocchiale”.

Sempre secondo Niccolini in quegli anni a Grana esisteva l’Albergo d’Italia e il proprietario si chiamava “Binolo”, ma era la moglie “Margherita” che, grazie alla sua cortesia, faceva trovare confortevole una sosta in paese, “comune sommamente agricolo e quietamente commerciale”.

Nella seconda metà del 1700, invece, così descriveva Grana il segretario di stato sabaudo Giacomo Giacinto Saletta: “questa terra è parimenti situata nel Monferrato tra’ li fiumi Po e Tanaro. Ha per confini li Poderij di Moncalvo, Caliano, Castagnole, Montemagno, Catorzo et Grazzano”. Prima di lui un altro segretario di stato, tale Evandro Boronino, attribuiva a Grana una popolazione di 627 abitanti suddivisa in 114 famiglie. Di questi abitanti circa un sesto erano soldati.

Anche nel Dizionario Geografico-Storico-Statistico-Commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, vol. VIII, compilato a cura del Prof. Goffredo Casalis nel 1841, Grana “sta sul pendio di un ameno e ferace colle”, ma qui si aggiunge che si trova “alla destra del torrente Grana, a libeccio, cioè a sud-ovest, di Casale”.

Il paese risulta diviso in quattro borgate e le sue strade nei giorni di pioggia sono alquanto disastrate, nonostante la cura a loro dedicata dagli abitanti “vigorosi e d’indole assai buona”. Una, verso levante, conduce a Montemagno; un’altra, verso sud, punta a Castagnole; la terza, rivolta a ponente, si dirige a Calliano; la quarta, infine, che guarda a nord, va in direzione di Moncalvo.

Le quattro borgate prendono il nome di Sant’Antonio, San Rocco, San Sebastiano e Santo Stefano e hanno pertanto conservato intatta la loro denominazione fino ai giorni nostri.

Viene citata la presenza di una scuola pubblica elementare e di tre palazzi non meglio identificati e si fa cenno al suo vetusto castello ancora in piedi (all’epoca) grazie ai lavori di ristrutturazione quando ormai cadeva in rovina.

La chiesa parrocchiale, intitolata a “Nostra Donna Assunta”, la cui progettazione viene giustamente attribuita all’architetto Pasta, riporta invece erroneamente il 1701 come anno di inizio della costruzione, invece del 1771. Viene inoltre messo in risalto come la festa dell’Assunzione di Maria Vergine si celebri ogni anno in maniera solenne.

I tre colli di Grana vengono dipinti come ridenti e fruttiferi e portano il nome di S.Vito, S.Marcellino e La Colma. Si distinguono per la presenza di cave di pietra da calce e cave di gesso. Le coltivazioni sono rivolte principalmente a frumento, granoturco, canapa, fieno e uva da vino, descritto di qualità eccellente.

Gli abitanti, secondo terminologia latina medievale definiti terrazzani, sono anche allevatori di un buon numero di bovini, soggetti talvolta a quella che si presume fosse una malattia, nota come “emormesi”.

Il commercio di ciò che gli abitanti producono e di cui abbisognano viene svolto principalmente con Asti, Torino e Vercelli. Negli anni della stesura del dizionario da cui sono tratte queste informazioni gli abitanti di Grana erano 1363.

Non resta, infine, che fare cenno ad un altro prezioso dattiloscritto di inizio secolo scorso in cui si parla di un registro parrocchiale compilato dai parroci e noto come “Stato d’anime”.

Si trattava di particolari registri, nati in seguito al Rituale Romanum del 1614 in cui i parroci erano tenuti a compilare regolarmente, in genere durante le visite pasquali alle famiglie, in modo da avere un quadro esatto della popolazione. Si è di fronte a veri e propri censimenti e in quelli che cita il documento le persone non venivano elencate in ordine alfabetico, ma in ordine di via e di gruppo famigliare. Un elenco alfabetico è posto alla fine come indice e da questo si può risalire facilmente alla pagina che lo riporta.

L’autore del dattiloscritto ha esaminato diversi registri, il più vecchio risale al 1822 (compilato da Don Buffaglia) e riporta 1204 abitanti. Dal registro di Don Lorenzo Coscia del 1893 risulta che gli abitanti di Grana erano 1735. Quello su cui si è soffermato l’autore del documento porta la firma di Don Giuseppe Romussi e l’ultimo aggiornamento che risale al 1929, anno della sua morte, riporta 1812 abitanti.

Interessantissimo, infine, l’elenco dei cognomi e il numero di persone che tale cognome riportano:

Varvello 336; Garrone 312; Gino 183; Dessimone 177; Balliano 155; Pane 111; Testa 105; Oldano 92; Acuto 89; Capello 76; 

Gavazza 72; Mazzola 54; Truffa 50

L’autore fa infine cenno ai nomi delle vie ricavato da una mappa dei tempi di Napoleone: via S. Antonio (oggi via Roma), via S. Sebastiano, via S. Stefano e via del Recinto (valide ancora oggi). E poi, via Berruto, via Bolasso, via Massarello, via Pozzasso (oggi via Medico Balliano e ancora nota come “Souta al Pousass”), via Riccio, via S. Rocco (oggi via Professor Garrone).

Terminano così questi cenni storici su Grana nei quali, come era stato anticipato, si è cercato, nel limiti del possibile, di evitare elenchi di date e avvenimenti più o meno cronologici, mettendo invece in risalto quanto di più originale e curioso ha contraddistinto il paese.                                                                
Si ringrazia Franco Gaudenzi per la documentazione fornita